Azione revocatoria

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AZIONE REVOCATORIA FALLIMENTARE


L'azione revocatoria fallimentare fa parte del più ampio istituto del fallimento, disciplinato dal Regio decreto 16 marzo 1942, n° 267, comunemente conosciuto come "Legge fallimentare" (che qui di seguito verrà chiamata con la sigla L. F.).
Di regola la crisi economica che colpisce il debitore non si verifica d'un tratto, ma ha origine in un periodo anteriore al fallimento. È durante questo periodo che il debitore può compiere atti di disposizione del proprio patrimonio sospetti, che posso essere pregiudizievoli per i creditori (ad esempio una donazione, o la vendita simulata di un bene per sottrarlo al futuro fallimento).
Per rimediare a questi atti pregiudizievoli della par condicio creditorum, la legge prevede l'azione revocatoria fallimentare, il cui effetto non consiste nella nullità dell'atto, bensì nella sua inefficacia nei confronti della massa dei creditori. Di tale azione, infatti, non può beneficare né il fallito né l'altro soggetto dell'atto.
Così come per l'esperibilità dell'azione revocatoria ordinaria (prevista dall'art. 2901 cod. civ.), anche per l'azione revocatoria fallimentare occorrono i seguenti presupposti:

  • un atto di disposizione;
  • il consilium fraudis,ossia la conoscenza che l'atto arreca un pregiudizio al creditore;
  • l'eventus damni ossia un pregiudizio effettivo per il creditore, consistente nel fatto che il patrimonio del debitore possa diventare insufficiente per garantire la solvibilità del debitore;

Caratteristica dell'azione revocatoria fallimentare è che il creditore non ha l'onere di dimostrare il consilium fraudis e l'eventus damni. Infatti entrambi gli elementi sono presunti se compiuti nel periodo sospetto dal creditore, in alcuni casi con una presunzione assoluta (iuris et de iure ossia che non ammette la prova del contrario) in altri relativa (iuris tantum ossia che ammette la prova del contrario).


La legge fallimentare distingue tre categorie di atti:

  • alla prima categoria appartengono gli atti a titolo gratuito, ossia privi di un corrispettivo (ad esempio la donazione). Sono quelli più pregiudizievoli per i creditori e pertanto per ottenerne l'inefficacia basta che esso sia compiuto nel biennio anteriore alla dichiarazione di fallimento;
  • Alla seconda categoria appartengono gli atti che per le loro caratteristiche, sono tali da far ritenere un accordo tra il fallendo ed i terzo, in danno dei creditori. Ad esempio una vendita di un bene ad un prezzo irrisorio o i pagamenti di debiti non ancora scaduti. Per tutti questi casi, purché compiuti entro il biennio o  un  anno dalla data del fallimento, in base alla tipologia dell'atto (contemplati nell'art. 67 della L. F.), vige una presunzione relativa della frode iuris tantum, che si traduce in una inversione dell'onere della prova (spetta all'altra parte l'onere di provare che ignorava lo stato di insolvenza);
  • La terza categoria comprende quegli atti, compiuti entro l'anno dal fallimento, che in sé non hanno nulla di anormale e di fraudolento, ma che essendo compiuti in prossimità del fallimento sono sospetti. In questi casi il curatore se vuole impugnare l'atto al fine di ottenerne la sua inefficacia, ha l'onere di dimostrare che l'altra parte era a conoscenza dello stato di insolvenza del debitore sottoposto al fallimento.



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