Previdenza complementare, coniugazione di futuro prossimo

“Tra una manciata di anni, esattamente a partire dal 2018, qualcuno che non apre mai i giornali comincerà ad accorgersi a sue spese di cosa significhi shock previdenziale”. In questa frase pronunciata da Carlo Borio, presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inpdap, è contenuto il senso più profondo dell’iniziativa organizzata a Roma, presso l’Auditorium di via S. Croce in Gerusalemme, per presentare il Terzo Rapporto sulla previdenza complementare del pubblico impiego. Un’occasione di riflessione, condivisa con un vero “parterre de roi” dell’ambito previdenziale nazionale.

I lavori, moderati da Enrico Matteo Ponti, coordinatore della Commissione prestazioni del Civ, dopo i saluti di rito del presidente dell’Istituto Paolo Crescimbeni, che ha sinteticamente toccato i principali temi oggetto dell’incontro, sono entrati nel vivo con la circostanziata relazione presentata da Alessandro Ruggini, coordinatore della Commissione previdenza complementare tfs- tfr.

Fin dalle prime battute, la relazione ha evidenziato come necessiti un forte impegno ad ogni livello affinché il dettato costituzionale, che all’articolo 38 sancisce, tra l’altro, il diritto a una vecchiaia dignitosa, possa essere garantito anche quando i contesti macroeconomici tendono ad incidere negativamente sull’andamento delle prestazioni previdenziali. “Per un lavoratore collocato a riposo all’età di 65 anni, un tasso di sostituzione del 56%, rapportato a uno stipendio di 1.300 euro mensili, equivale a dover vivere con 700 euro al mese – ha spiegato Ruggini –. Crescita economica difficoltosa e lavoro discontinuo non possono che rendere ancora più inadeguate le coperture pensionistiche di domani. Diventa quindi fondamentale il ruolo che può e deve giocare la previdenza complementare”.

Se è vero, come ricordato in apertura dal consigliere Ponti, che i fondi di previdenza complementare nel pubblico impiego erano considerati fino a pochi anni fa una vera e propria utopia, mentre oggi sono una realtà presente e operante, è altrettanto vero che, come sottolineato anche dal presidente della Covip Antonio Finocchiaro, “dopo una partenza incoraggiante, le adesioni nel settore pubblico da due anni a questa parte stanno vivendo una fase di stallo, per cui risulta iscritto solo il 4% dei potenziali sottoscrittori dei fondi fin qui attivati. È indispensabile – ha continuato Finocchiaro – far comprendere a quanto ammonterà la pensione di base tra qualche anno; bisognerebbe far vedere ai giovani il film di De Sica 'Umberto D.’ per far capire quanto può essere dura una vecchiaia senza risorse adeguate”.

Come evidenziato, sebbene con diversi accenti, anche dai responsabili confederali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl – rispettivamente, Vera Lamonica, Angelo Marinelli, Domenico Proietti e Marina Porro – gli ostacoli da rimuovere per favorire un’idonea sensibilizzazione nel pubblico impiego sull’opportunità di aderire alla previdenza complementare, sono molti e di varia natura. Tra i principali interventi in tal senso si ritiene auspicabile un’omogeneizzazione delle aliquote fiscali applicate ai trattamenti complementari, poiché attualmente il lavoratore pubblico è sottoposto a un prelievo pari a due o tre volte quello a carico del lavoratore privato; inoltre, accorpare i fondi di ridotta entità consentirebbe di renderli più appetibili e performanti, abbattendone al contempo i costi di gestione; infine, il rafforzamento dei poteri di controllo dell’autorità di garanzia, la Covip, avrebbe un effetto positivo sulla propensione alla fiducia, spesso ridotta, a causa delle paure generate dai rischi insiti negli investimenti finanziari.

Far ripartire e mandare a regime il settore della previdenza complementare è reputata una necessità non più rinviabile anche da Giuliano Cazzola, componente della Commissione bicamerale di controllo sugli Enti di previdenza e assistenza: “Se da una parte ritengo utile ragionare sul mantenimento dell’integrazione al minimo della pensione sociale anche nel sistema contributivo, dall’altra, è indispensabile individuare risorse per far sì che la massa critica conferita a un fondo sia reale e non virtuale come accade oggi”.

Altri significativi spunti di riflessione sono stati proposti da Pierpaolo Baretta, componente della Commissione bilancio della Camera: “La domanda di welfare non è contraibile, anzi non potrà far altro che crescere, anche a causa della spinta demografica, troppo spesso sottovalutata. Partendo da questo presupposto, è facile comprendere come sebbene l’attuale sistema previdenziale sia in grado di garantire la sostenibilità finanziaria, non altrettanto si può dire per quella sociale. Forse è giunto il momento di rimettere in discussione la stessa volontarietà che è alla base della facoltà di adesione alla previdenza complementare”.

Una pluralità di proposte originate da una preoccupazione comune: garantire un adeguato livello di welfare state nei prossimi anni: “Il fatalismo, spesso presente nei lavoratori di oggi, rischia di esplodere in forti tensioni sociali domani – ha sottolineato Carlo Borio, nel chiudere i lavori –. Nella sua qualità di ente previdenziale pubblico, è dovere dell’Inpdap attrezzarsi velocemente per essere sempre più vicino ai propri iscritti, alimentando quel sostrato informativo e culturale necessario ad evitare che la condizione di pensionati possa presto trasformarsi in una lotta per la sopravvivenza”.

Trattamento di fine rapporto: somma che il datore di lavoro deve corrispondere al proprio dipendente alla cessazione del rapporto, corrispondente alla sommatoria delle quote di retribuzione accantonate e rivalutate annualmente.

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