All'Inpdap conviene, allo Stato non so

Crescimbeni: il 2009 sarà un anno record per i pensionamenti pubblici

 

di Pietro Piovani

 

ROMA «A noi conviene». Chi parla è Paolo Crescimbeni, commissario straordinario dell’Inpdap, cioè dell’istituto che paga le pensioni dei dipendenti pubblici. Elevare l’età di pensionamento per le donne produrrebbe, ovviamente, un effetto positivo sul bilancio dell’ente. Bilancio che non appare in grande stato di salute, e che altri provvedimenti già emanati dal governo stanno mettendo in seria difficoltà.

 

Si ipotizza di portare la pensione di vecchiaia per le donne a 65 anni, anziché 60 anni come oggi. Quanto risparmierebbe l’Inpdap?
«Bisogna vedere in concreto quale riforma verrà alla fine presentata. Comunque, innalzando la soglia di cinque anni avremmo a regime un risparmio di circa 500 milioni l’anno».

 

Al bilancio dell’Inpdap conviene. Ma al bilancio dello Stato? Ai contribuenti?
«Questo non lo so. Bisogna sempre pensare che queste lavoratrici pubbliche, se non prendono la pensione, prendono lo stipendio».

 

Finora il governo aveva fatto capire che per risparmiare si doveva anticipare la pensione degli statali, non rinviarla: l’ultima manovra finanziaria ha previsto il pensionamento forzato per i dipendenti che hanno raggiunto 40 anni di anzianità contributiva.
«Quella norma ha avvantaggiato migliaia di amministrazioni pubbliche, tranne una: l’Inpdap».

 

Quali effetti avrà su di voi?
«Di solito in un anno ci sono circa 70 mila pensionamenti. Con quella norma prevedevamo inizialmente di arrivare nel 2009 arriveremo a 134 mila nuovi pensionati. Poi il Parlamento ha leggermente ristretto il campo di applicazione della norma, per cui il numero finale potrebbe essere un po’ inferiore»

 

A oggi, in che condizioni sono i conti dell’Inpdap?
«Il deficit previsto per il 2009 è di 8,2 miliardi. Sarà coperto per 5,63 miliardi con risorse dello Stato, il resto dovrà coprirlo l’ente con risorse proprie. Da anni nella pubblica amministrazione diminuiscono gli occupati che pagano i contributi, per via dei limiti posti alle assunzioni. Mentre i pensionati aumentano, e la loro vita media si allunga. Oggi abbiamo 3 milioni e mezzo di iscritti attivi, contro 2 milioni e 600 mila pensionati».

 

Cosa si può fare per ridurre lo squilibrio finanziario dell’ente?
«Innanzitutto, la riorganizzazione prevista dal nostro piano industriale, di recente attuazione, consentirà di ridurre le spese di gestione dell’ente, portando consistenti risparmi ai conti dello Stato. Poi si può lavorare per aumentare le entrate contributive».

 

Come?
«Si potrebbero ricondurre nell’Inpdap i dipendenti delle aziende di Stato che oggi sono iscritti ad altri istituti. Si potrebbero sfruttare le ricongiunzioni e i riscatti, specie nel comparto della scuola: molti docenti nei primi anni di lavoro erano iscritti all’Inps e non hanno mai fatto la ricongiunzione dei contributi. Si tratta di un serbatoio potenziale da un miliardo di euro. Ancora, esiste un pulviscolo di enti previdenziali minori che potrebbero confluire nell’Inpdap. Per esempio l’Enam, l’ente dei maestri elementari».

 

Perché non recuperare l’idea di un accorpamento con l’Inps?
«È molto meglio lavorare sulle sinergie possibili, piuttosto che su una fusione difficile da realizzare. Stiamo preparando un piano industriale che prevede, fra l’altro, le cosiddette “case del welfare”. Avere in ogni provincia una sede fisica unica per Inps, Inpdap e Inail consentirebbe grandi economie di scala, e offrirebbe diversi vantaggi ai cittadini. Stiamo procedendo alla digitalizzazione di tutti gli atti, per eliminare la carta e integrare i servizi. Per mettere insieme tutti gli uffici bisognerà spostarli in edifici più grandi, mentre le sedi usate finora si potrebbero affidare a un apposito fondo immobiliare pubblico».

 
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